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Radio Studio 7 Il Blunami travolge Trump, l’America ripudia il Trumpismo

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Il Blunami travolge Trump, l’America ripudia il Trumpismo

di Stefano Vaccara

NEW YORK (USA) (ITALPRESS) – Chi visita Washington per la prima volta rimane colpito da una particolarità architettonica che racconta molto della democrazia americana. Sulla collina di Capitol Hill, il Campidoglio, sede del Congresso, domina maestoso la capitale e la Casa Bianca, al confronto, appare piccola, modesta. È difficile non leggere in questa scelta un messaggio dei Padri fondatori: in una Repubblica, il potere non appartiene a un uomo solo e se proprio uno dei tre poteri costituzionali deve giganteggiare, non è certamente quello esecutivo. Dopo le elezioni del 3 novembre, quel gigantesco edificio torna a far sentire tutto il suo peso sulla Casa Bianca. Ancor prima del Partito repubblicano, è Donald Trump ad aver subito una sconfitta politica di proporzioni storiche. Non è un’ondata blu e nemmeno una valanga. Semmai è uno tsunami. Anzi, un Blunami! Dal Texas all’Ohio, dal Kansas alla South Carolina, dall’Iowa al Maine, i democratici hanno travolto i repubblicani anche in Stati dove non vincevano da decenni, in alcuni casi da oltre settant’anni. Mentre scriviamo, i democratici hanno conquistato il Senato, assicurandosi almeno 53 seggi, mentre alla Camera il margine della loro vittoria potrebbe diventare ancora più ampio. Ma se il Partito repubblicano si leccherà le ferite per almeno altri due anni, è il trumpismo che appare sepolto dal Blunami.

Lo ha scritto il comitato editoriale del New York Times: ‘The American People Have Repudiated Trump’. Il popolo americano ha ripudiato Trump. Jonathan Lemire, su The Atlantic, ha scelto una sola parola come titolo: Repudiation. Ripudio. In Texas, James Talarico ha sconfitto Ken Paxton, il controverso procuratore generale repubblicano scelto da Trump per il Senato. Gina Hinojosa ha battuto il governatore Greg Abbott, riportando un democratico alla guida del Texas per la prima volta dal 1990.

Nel suo discorso della vittoria, Talarico ha pronunciato parole che sembravano rivolte direttamente al presidente: ‘Abbiamo dimostrato che una politica fondata sulla divisione non può competere con una politica fondata sull’amore’. E ancora: ‘L’amore non è debole’. Ha denunciato i potenti che dividono gli americani per impedire loro di accorgersi di chi sta svuotando le loro tasche. Ha promesso di rappresentare anche i repubblicani: ‘Questa vittoria non riguarda il Partito democratico o quello repubblicano. È qualcosa di molto più grande’.

In Kansas, il reverendo Adam Hamilton ha sconfitto il senatore Roger Marshall. I democratici non conquistavano un seggio al Senato in quello Stato da quasi cento anni. In South Carolina, la dottoressa Annie Andrews ha battuto Darline Graham, sorella del defunto senatore Lindsey Graham, un’altra candidata sostenuta da Trump.

In Ohio, Amy Acton è diventata la prima donna eletta governatrice, sconfiggendo Vivek Ramaswamy dopo una campagna velenosa, segnata da uno spot repubblicano che aveva utilizzato persino la madre estraniata della candidata democratica per attaccarla. Sherrod Brown ha riconquistato un seggio al Senato, appena due anni dopo essere stato sconfitto.

In North Carolina, Iowa e Maine altre vittorie democratiche hanno rovesciato gli equilibri del Senato. Nel Maine, Susan Collins, che per trent’anni aveva resistito ai tentativi democratici di spodestarla, ha riconosciuto la sconfitta contro Troy Jackson. In Georgia, Keisha Lance Bottoms è diventata la prima donna afroamericana eletta governatrice nella storia degli Stati Uniti.

I democratici hanno conquistato tutte le principali cariche statali. Persino nei distretti disegnati dai repubblicani per garantirsi la vittoria, il piano è fallito. In Texas, il cantante tejano Bobby Pulido ha conquistato un collegio che Trump aveva vinto con 18 punti di vantaggio nel 2024. In Wisconsin, Rebecca Cooke ha vinto in un distretto che aveva votato Trump nelle ultime tre presidenziali. In Michigan, il democratico Abdul El-Sayed, medico di origini egiziane, è in testa sul repubblicano Mike Rogers e potrebbe diventare il primo musulmano eletto al Senato nella storia americana. Lo scrutinio è però ancora in corso e il margine tra i due candidati è troppo ristretto per proclamare un vincitore.

Una geografia elettorale ridisegnata. E un messaggio arrivato anche dagli indipendenti e da una parte degli stessi repubblicani. Questa volta Trump non può scaricare la responsabilità sui candidati del suo partito. Molti li aveva scelti personalmente, imponendoli contro le preferenze dell’establishment repubblicano. Durante i suoi trenta comizi, aveva ripetuto: ‘Pretend I’m on the ballot’. Fate finta che il mio nome sia sulla scheda elettorale. Gli americani lo hanno ascoltato e hanno votato di conseguenza. Trump si è scavato la fossa da solo: aveva trasformato le elezioni in un referendum su se stesso che alla fine lo ha sepolto.

I candidati repubblicani dovevano già spiegare perché avessero lasciato fare al presidente praticamente tutto: dalla guerra con l’Iran all’aumento del costo della vita, dalle deportazioni violente alle accuse di corruzione attorno alla famiglia presidenziale. Trump, invece di aiutarli, ha aggravato la loro situazione. Ha continuato a celebrare un’economia che milioni di americani non riconoscevano nella propria vita quotidiana, minimizzato l’aumento della benzina, insultato gli avversari e difeso uno spot elettorale condannato persino dal governatore repubblicano dell’Ohio. Ma stanotte, hanno vinto i democratici oppure ha perso Trump? Probabilmente entrambe le cose.

L’ampiezza del risultato suggerisce però qualcosa di più: un rigetto, da parte degli americani, del modo stesso di fare politica che Trump ha imposto al Paese e al Partito repubblicano.

È stato forse Trump a capirlo per primo. Martedì sera, mentre l’atmosfera alla Casa Bianca diventava, secondo alcuni presenti, quasi funerea, ha concesso una sorprendente intervista telefonica al New York Times. Contrariamente alle previsioni di chi temeva accuse di brogli, ha dichiarato di essere ‘assolutamente disposto’ ad accettare i risultati. Soprattutto ha aggiunto, riferendosi ai democratici: ‘Non vediamo l’ora di lavorare con loro. Probabilmente troveremo un accordo’. Parole quasi irriconoscibili per il Trump che conosciamo. Certo, non ha ammesso alcuna responsabilità.

Ha sostenuto che i repubblicani avrebbero perso proprio perché lui non era sulla scheda. Una spiegazione che contraddice clamorosamente la strategia della sua campagna. Ha persino definito i primi due anni del suo secondo mandato i più riusciti nella storia di qualsiasi presidente americano. Eppure, secondo i giornalisti del Times, il suo tono appariva insolitamente dimesso. È paura? Realismo politico? Oppure soltanto una pausa tattica? Lo capiremo nei prossimi due mesi, prima dell’insediamento del Congresso a gennaio. Nessuno può escludere che Trump torni ad attaccare gli avversari o a contestare un sistema che oggi promette di rispettare. Ma questa volta il calcione elettorale potrebbe essere troppo forte persino per lui. Per Trump il problema non è soltanto aver perso le elezioni, ma quello che lo aspetta adesso

Un Congresso democratico significa commissioni parlamentari, audizioni, poteri di convocazione e richieste di documenti. La Casa Bianca non potrà più contare su una maggioranza repubblicana pronta a proteggere il presidente dalle indagini. Secondo Politico, i democratici stanno preparando un vastissimo programma di controlli sull’amministrazione. Nel mirino gli affari della famiglia Trump, Elon Musk e il suo Doge, le operazioni dell’agenzia per l’immigrazione, il Pentagono e il costo della guerra con l’Iran. Naturalmente anche il caso Jeffrey Epstein, sul quale diversi parlamentari democratici ritengono che non sia stata fatta piena luce. Robert Garcia, destinato a guidare la commissione di controllo della Camera, ha già lanciato un messaggio sui social: Lawyer up. Procuratevi un avvocato.

Alcuni democratici parlano persino di nuove procedure di impeachment, anche se una condanna del presidente richiederebbe due terzi del Senato, maggioranza che il partito non possiede. La sfida sarà dimostrare che le indagini non sono una vendetta politica, ma uno strumento per difendere i contribuenti e migliorare la vita degli americani. Inoltre, un Senato democratico potrà bloccare molte nomine presidenziali, comprese eventuali candidature alla Corte Suprema. Jonathan Lemire, su The Atlantic, osserva che Trump potrebbe essere entrato nella fase più temuta della sua carriera politica: quella dell’irrilevanza.

Il presidente che per un decennio ha dominato la scena americana rischia ora di diventare politicamente un fantasma, mentre il Paese guarda già al 2028. Non significa che Trump sia finito. Sarebbe un errore sottovalutare la sua capacità di sopravvivenza politica. Significa però che milioni di americani, compresi molti che avevano votato per lui, hanno deciso di porre un limite al suo potere. Il New York Times, nel suo editoriale, ha ricordato che questa vittoria appartiene anche ai funzionari elettorali, agli avvocati e ai giudici che hanno resistito ai tentativi di interferire con il voto.

La democrazia americana, scrive il giornale, ha retto. È proprio questo il significato più importante del Blunami del 2026. A Washington, il gigantesco Campidoglio continuerà a dominare la Casa Bianca dalla sua collina. Ma da gennaio non sarà più soltanto un’immagine architettonica. Potrebbe tornare a essere ciò che i Padri fondatori avevano immaginato: il luogo dove i rappresentanti del popolo possono fermare un presidente convinto di non avere limiti. Già, in America, alla fine, l’ultima parola non spetta al presidente. Spetta agli elettori.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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