L’ho conosciuta a Padova, alle Padovanelle, e la prima cosa che mi ha colpito è la sua grinta.
E soprattutto i suoi occhi: negli occhi di Chiara Nardo si vede tanta vita.
Forse è proprio questo che rende la sua storia così vicina a quella di molti di noi.
Nella vita può capitare di trovarsi davanti a qualcosa che non avevamo previsto, a un ostacolo che sembra troppo grande, a un momento che cambia tutto. E allora non sempre si può tornare alla vita di prima: a volte bisogna imparare a costruirne una nuova.
Ogni volta che ascolto Chiara raccontare il suo percorso penso proprio a questo: alla capacità che abbiamo, anche nei momenti più difficili, di trovare dentro di noi la forza per ripartire.
La sua è una storia di sport, certo, ma soprattutto di rinascita, coraggio e amore per la vita. Ha vissuto più vite da atleta: prima il mondo dei cavalli, con oltre 700 vittorie nel trotto, poi il drammatico incidente del 2015, che ha cambiato profondamente il suo cammino e infine il canottaggio, la disciplina attraverso la quale ha ritrovato il gusto della competizione fino ad arrivare a vestire la maglia della Nazionale e a vivere l’esperienza delle Paraolimpiadi.
Quando l’ho incontrata non vedevo soltanto una campionessa. Vedevo una donna che ha imparato che, quando una strada finisce, non significa necessariamente che sia finito il viaggio. È un concetto che Chiara ripete spesso: sono stati i cavalli a insegnarle la capacità di rialzarsi dopo le sconfitte, soprattutto quelle della vita.
Chiara nasce a pochi metri dall’ippodromo e cresce respirando l’aria delle corse grazie al nonno e al padre. Quella che all’inizio era una passione diventa presto un lavoro e una scuola di vita. In scuderia impara non solo a competere, ma anche a comunicare, a trasmettere calma, a creare fiducia con l’altro.
Poi, nel 2015, tutto cambia. L’incidente con il suo cavallo Munter segna uno spartiacque. Da quel momento sembra crollare tutto ciò che aveva costruito, ma proprio da quella frattura nasce una nuova Chiara.
Una qualità che l’ha accompagnata dal trotto al canottaggio è la freddezza: la capacità di restare lucida anche nei momenti più difficili. Di cavalli del cuore ne ha avuti molti, ma Munter occupa un posto speciale. Era figlio di una cavalla già presente in famiglia: Chiara lo ha visto nascere, crescere e diventare grande. Quando arrivava in scuderia era il primo a salutarla.
Tra i ricordi più vivi c’è l’ultima vittoria insieme. Era dicembre 2014. Chiara non sapeva che sarebbe stata l’ultima. Quel giorno, mentre i cavalli tornavano in pista, iniziò a nevicare leggermente. Era già in testa fin dalla partenza, ma quei fiocchi di neve trasformarono la corsa in qualcosa di quasi romantico, un momento di pura gioia sportiva.
Poche settimane dopo arrivò l’incidente che la costrinse ad affrontare la gara più difficile della sua vita: quella per tornare a camminare.
Anche Munter, per un periodo, smise di vincere. Quando si ritrovarono, dopo che Chiara era riuscita a rialzarsi fisicamente e psicologicamente, qualcosa cambiò. Quel legame costruito negli anni, quel linguaggio silenzioso fatto di fiducia e vittorie condivise, sembrò riaccendersi. Munter tornò a vincere e in qualche modo, diede anche a Chiara la forza di ricominciare.
Il canottaggio entra nella sua vita inizialmente come strumento fisioterapico. Poi arriva una sensazione inattesa: quella di guidare di nuovo qualcosa, proprio come accadeva con i cavalli. Da lì, racconta, si accende una piccola stella nel cuore. Da driver del trotto a “driver” della barca.
La sua mentalità la porta in pochissimo tempo fino a Tokyo. Ma a quel punto il significato della competizione cambia: non si tratta più soltanto di vincere per se stessa, bensì di rappresentare l’Italia e tutti coloro che vedono nello sport una possibilità di riscatto.
Chiara ha un modo tutto suo di comunicare. Il suo linguaggio è quello dello sport, della competizione e del mettersi continuamente in gioco attraverso la fatica e il coraggio.
I risultati parlano per lei e pochi riescono a farlo con la stessa intensità.
Oggi ha trovato una nuova sfida accanto a Rambo, il suo cane, dedicandosi al soccorso in acque libere nell’ambito dell’attività cinofila. Ancora una volta sceglie di mettere la propria esperienza e la propria energia al servizio degli altri.
È un altro modo di essere atleta: non soltanto cercare la vittoria, ma usare ciò che lo sport ti ha insegnato per aiutare il prossimo.
Perché Chiara è rimasta un’atleta dentro e fuori dalla gara. La sua mentalità è quella di chi vuole continuare a mettersi alla prova, superare un limite, conquistare un nuovo traguardo.
E forse le vittorie più importanti oggi non sono quelle che finiscono in una classifica. Sono quei piccoli record personali che continua a inseguire ogni giorno: una nuova esperienza, una nuova sfida, qualcosa che ancora non ha fatto e che vuole provare.
Chiara sembra avere ancora tanta vita da vivere e da sperimentare. E questa, forse, è la sua vittoria più bella: non aver smesso di essere curiosa della vita.
Dopo tutto quello che ha attraversato, continua a guardare avanti con la stessa grinta di sempre. Con la voglia di competere, certo, ma soprattutto con la voglia di esserci.
E quando la ascolti raccontare la sua storia, capisci che la sua vera forza non è soltanto quella di essere tornata a gareggiare. È quella di aver scelto, ogni giorno, di continuare a vivere da protagonista.
Andriana Hula




